sabato 9 febbraio 2008

LA FABBRICA DEI SOGNI


Uno spettacolo avvincente, non c’è che dire. Il teatrino della politica italiana si è fatto grande, ora è diventato un vero e proprio spettacolo. In pieno stile “fabbrica dei sogni”, ogni giorno c’è una novità, un colpo di scena, un evento che nessuno poteva immaginare.
In ambedue gli schieramenti nessuno si risparmia. Berlusconi non poteva sopportare che Veltroni gli rubasse la scena e la parte da protagonista. Insieme alla sua affidabile spalla Fini, lo showman di Arcore, che da 15 anni calca il palcoscenico della politica italiana, ne ha inventata un’altra delle sue, riconquistando il primato nelle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali. Veltroni però non perde terreno e riesce, finora, a spartire la scena con il re dei piazzisti. Nonostante le genuflessioni della sinistra cosiddetta “radicale”, egli con fierezza non cede alle lusinghe e continua ad interpretare con grande abilità il personaggio del Lone Wolf all’italiana.
Ma come in ogni buona commedia all’italiana, i personaggi non possono essere così pochi. Il palcoscenico è troppo grande per così pochi attori e deve essere riempito. Ed ecco che appaiono, da dietro le quinte, un ex sindacalista con un mazzo già appassito di rose bianche in mano, un ex governatore regionale e una parlamentare europea con un paio di gruppetti di fascisti che non mancano mai, qualche razzista leghista che continua a gridare “ce l’ho duro” e tutti hanno ormai capito che si riferisce al suo cervello, altri tre o quattro gruppi democristiani che fanno la parte dei difficili solo per avere ancora un po’ di tempo per capire qual è il carro del vincitore su cui salire.
Insomma un bel film, con tutti gli attributi adatti per intrattenere un pubblico disposto a seguirlo. Ma chi è disposto a seguire questo film? Dipende.
Pur di non perdere il posto, molti politici stanno facendo tutto il possibile per rinnovare la propria immagine. Nel frattempo, c’è anche chi dice che basterebbe mandare a casa tutti i politici che occupano ormai da troppo tempo i seggi parlamentari e le poltrone istituzionali. I vecchi politici annuiscono, sapendo che questi argomenti non metteranno neanche minimamente in pericolo la posizione che occupano. Anzi, che ben vengano tali argomenti, se serviranno a canalizzare la voglia di ribellione che serpeggia nella popolazione; per questo sono anche disposti a farsi insultare dal Grillo di turno, se serve a distrarre la gente.
A che serve, in fondo, cambiare generazione di politici, se non cambia il senso di fare politica? Anzi, tutto sembra confermare il dato che nel cambio generazionale avvenuto finora nella politica italiana sono più numerosi gli svantaggi che i vantaggi. La classe politica uscita dalla Resistenza era stata in grado di concepire una delle migliori carte costituzionali del mondo; la classe politica attuale non è neanche capace di concepire una semplice legge elettorale veramente rispettosa del volere dei cittadini.
Quante persone saranno in grado di mantenere l’attenzione, senza farsi distrarre dall’ultimo film distribuito dalla nostrana fabbrica dei sogni? Maggiore sarà il numero di queste persone, maggiore sarà la possibilità di vedere finalmente emergere, dalle ceneri di questa democrazia formale, la vera democrazia, quella reale, diretta. Da questa possibilità dipenderà la bontà o meno del futuro di questo paese.

Roma, 9 febbraio 2008

Carlo Olivieri
medico umanista

domenica 3 febbraio 2008

LE QUATTRO GUARDIE SVIZZERE


Non è certo una scoperta scientifica quella che hanno fatto i 4 direttori delle cliniche ginecologiche delle università romane, quando hanno affermato, in un documento congiunto, che “un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente”. E allora, se non è una scoperta scientifica, perché tanto risalto? I motivi potrebbero essere diversi.
Il primo motivo sta nel fatto che tale documento è stato presentato nell’ambito di un convegno in occasione della Giornata della Vita, proprio nel periodo in cui si è riaffacciata per l’ennesima volta la volontà di cancellare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, sia da parte del Vaticano, che da parte di chi non perde occasione per attaccare frontalmente i diritti delle donne.
Puntuale come un orologio svizzero, la dichiarazione dei quattro direttori universitari ha preceduto di sole 24 ore le parole che il Papa ha pronunciato in piazza S.Pietro, il quale si è potuto avvalere anche delle affermazioni degli insigni cattedratici per dare l’ennesimo affondo sull’aborto. In questo modo l’attacco alla legge 194 comincia a non apparire più soltanto come una specie di “idea fissa” dei soliti cattolici integralisti, ma è evidente il tentativo di dare sempre più alle ragioni degli anti-abortisti delle fondamenta scientifiche.
Data la disponibilità a queste manovre dei quattro direttori delle cliniche ginecologiche di La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico, vien quasi da domandarsi, vista anche la puntualità del loro intervento, se non avessero avuto maggior fortuna nella carriera di guardie svizzere.
D’altra parte, se non fosse per questi poco scientifici intenti, che ben si combinano con la recente proposta di moratoria sull’aborto fatta da quel campione di obiettività giornalistica che è Giuliano Ferrara, il documento dei quattro dell’Ave Maria non sarebbe altro che la conferma della validità della legge 194. Perché? Vediamo.
Nella legge n.194 del 22 maggio 1978 si prevedono due possibilità per l’interruzione di gravidanza. La prima è quella prevista nei primi 90 giorni di gravidanza per “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Questo caso, in cui si parla di aborto entro la 13esima settimana, non è minimamente toccato dal documento dei 4 professori ginecologi, perché in esso si parla di aborti dopo la 22esima settimana.
La seconda possibilità prevista dalla legge 194 è quella specificata nell’articolo 6, in cui la IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
In questi casi, dicono gli insigni cattedratici, “un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente”. E qual è la novità di questa affermazione, tale da giustificare un risalto mass-mediatico così grande da conquistare il primo posto nella scaletta di tutti i telegiornali e la prima pagina di quasi tutti i giornali? Nessuna.
Infatti nell’articolo 7 della legge 194 si legge: “Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”.
A questo punto viene spontanea una domanda: se si è reso necessario, secondo i 4 direttori ginecologi, specificare questo punto, ciò vorrebbe dire che nella pratica clinica non viene seguita questa procedura che, oltre ad essere citata in una legge dello Stato, risponde anche al codice deontologico di ogni buon medico? Se fosse così, ciò vorrebbe dire che ci sono casi in cui non viene fatto ogni tentativo, che non diventi ovviamente accanimento terapeutico, per salvare la vita di un feto di più di 22 settimane? Se fosse così, risulta abbastanza chiaro che non è la legge 194, né tantomeno le donne che vi fanno ricorso, ad attentare alla vita.
Infine, risulta necessario precisare un ulteriore punto del documento dei 4 professori, in cui si dice che il neonatologo deve intervenire per rianimare il feto "anche se la madre è contraria, perché prevale l'interesse del neonato".
Ora, se l’interruzione della gravidanza è prevista dopo i primi 90 giorni solo in caso di “grave pericolo per la vita della donna”, come si può pensare che una madre possa essere contraria alla rianimazione di suo figlio, se è stata costretta ad abortire per un grave pericolo di vita? Non solo ha dovuto subire la straziante decisione di dover interrompere la vita intrauterina di un figlio che magari ha tanto desiderato, ma ora deve anche essere additata come una brutta strega che vuole impedire a suo figlio la possibilità, anche minima, di poter restare in vita.
E se pure, in qualche caso, fosse contraria, a nessuno viene in mente che il suo rifiuto potrebbe essere l’espressione di un malessere più profondo o della volontà di non voler condannare un figlio gravemente malformato ad una insopportabile vita piena di sofferenze?
Ecco, in ultima analisi, dove vogliono arrivare tutte queste iniziative. Dalla scellerata proposta di una moratoria sull’aborto alle dichiarazioni sessuofobiche dei vertici ecclesiastici, fino alle fuorvianti dichiarazioni pseudoscientifiche di qualche guardia svizzera travestita da scienziato, tutto questo ha un solo bersaglio: la donna.
E qui, come si può facilmente intuire, l’orologio della storia va indietro, non solo a prima del 1978, anno in cui fu promulgata la legge 194, ma molto più indietro, fino al medioevo, tempo in cui la Chiesa faceva il bello e cattivo tempo.
Insomma, siamo alle solite. Una non-notizia, come quella del documento delle quattro guardie svizzere col camice bianco, diventa una notizia da prima pagina solo perché è in piena sintonia col pensiero ecclesiastico. E pensare che qualcuno, quando il Papa ha rinunciato ad andare a La Sapienza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, ha avuto la faccia tosta di dire che in Italia il Papa non era libero di esprimere la propria opinione. Non è anche questo medioevo?

Roma, 3 febbraio 2008

Carlo Olivieri
medico umanista

sabato 2 febbraio 2008

LA VOCE DEL POPOLO


La situazione non è delle migliori. L’Italia è in piena crisi di governo, ma in realtà la crisi, prima di essere di governo, è politica. Non è la stessa cosa. Di crisi di governo il nostro paese ne ha conosciute numerose, di crisi politiche molte di meno. Volendo fare un paragone, un’altra crisi politica si è avuta nel 1992, quando la magistratura scoperchiò la pentola di Tangentopoli e la fiducia dei cittadini nella classe politica scese a livelli mai così bassi.
Nella situazione attuale, dopo 16 anni, tale fiducia probabilmente è scesa ad un livello ancora più basso. Mentre nel ’92 i cittadini sembravano veramente arrabbiati, oggi l’Italia è semplicemente stanca. Stanca di una classe politica tanto presente in TV quanto assente in Parlamento. Stanca di uomini politici che, tranne le poche eccezioni che confermano la regola, semplicemente non sanno svolgere il compito a cui sono stati chiamati nel momento in cui sono stati eletti. Dopo tante speranze, la cosiddetta seconda repubblica non ha risolto un solo problema strutturale a qualsiasi livello, da quello economico a quello giuridico, da quello dello stato sociale a quello del sistema di rappresentanza politica.
A proposito della rappresentatività, sono state cambiate più volte le leggi elettorali, tanto che oggi in Italia ogni livello di rappresentanza politica, da quello comunale a quello europeo, ha un suo ordinamento elettorale. Il risultato finale di questa baraonda è una legge elettorale per il Parlamento che nessuno ritiene valida, neanche chi l’ha approvata.
Per quel che riguarda la condizione economica e lo stato sociale, la fuga romantica con il neoliberismo ha prodotto un livello di povertà senza precedenti dagli anni ’60 in poi: il solo fatto che milioni di persone, da troppi anni ormai, non riescono più ad arrivare alla fine del mese e che milioni di famiglie hanno qualche debito a carico è più che sufficiente per dimostrarlo. Tutto il resto, dall’incremento del Pil alle valutazioni più o meno incoraggianti provenienti dall’unione europea, sono solo chiacchiere.
Rispetto ai problemi della giustizia, possiamo solo dire che tali problemi sono talmente antichi che ormai i presidenti delle corti d’appello e il presidente della corte suprema di cassazione, impiegano ormai pochi minuti per preparare i loro discorsi per l’inaugurazione degli anni giudiziari: basta prendere quello enunciato l’anno precedente, aggiornare qualche dato, aggiustare la data, et voilà, il gioco è fatto.

L’Italia è stanca. Ma la classe politica non sembra rendersene conto e continua a delirare. Da una parte si dice che la maggioranza degli italiani non vuole andare a votare e che bisogna prima cambiare la legge elettorale; dall’altra si dice esattamente il contrario, che gli italiani non vedono l’ora di andare a votare. La domanda sorge spontanea: una classe politica che si è contraddistinta proprio per l’enorme distanza dalle reali esigenze dei cittadini, come fa ad essere così sicura di ciò che essi vogliono? Molto probabilmente hanno tutti torto. Nessuno può dire cosa vuole veramente la maggioranza degli italiani, tanto meno chi oggi si erge a portavoce di questa maggioranza.
A nulla varrà, quindi, il tentativo di formare un governo di transizione, proprio in quanto ennesima manovra verticistica che ha come unico scopo quello di mantenere a tutti i costi un potere decisionale perso ormai da molto tempo. Da troppi anni coloro che occupano le istituzioni obbediscono solo agli interessi di pochi, a discapito dei tanti che con il loro voto li hanno eletti a loro rappresentanti. Si sono venduti al miglior offerente, ma facendo così hanno perso l’unico potere che avevano il diritto di avere, quello di rappresentare gli elettori.

Ora la voce del popolo deve farsi sentire, perché chi doveva rappresentarlo non è più in grado di farlo e qualsiasi decisione sarebbe illegittima. Prima di prendere qualsiasi decisione, governo transitorio o elezioni subito, venga indetta, nel giro di massimo un mese, una consultazione popolare straordinaria per chiedere ai cittadini cosa veramente vogliono: se la maggioranza vuole le elezioni subito, queste possono essere indette in primavera; se invece la maggioranza non vuole subito andare a votare, i partiti sono obbligati dal popolo a formare un governo che metta in atto quelle che lo stesso popolo indicherà, all’interno della stessa consultazione, come priorità, svolgendo questo compito entro i tempi anch’essi indicati dal risultato della consultazione.
Ormai la tecnologia a disposizione permette di svolgere questa consultazione in tempi rapidissimi. Ci vuole solo la volontà per realizzarla.
La Costituzione parla chiaro: “la sovranità appartiene al popolo”.

Roma, 2 febbraio 2008

Carlo Olivieri
medico umanista

martedì 29 gennaio 2008

GUARDAMI KENIA


Guardami Kenia.
Guardami, fammi sentire la tua presenza,
il tuo affanno mentre corri,
mentre schivi i proiettili,
quei proiettili che bucano la nostra terra,
la nostra terra dove cade tua madre,
tua madre che ti fa l’ultimo sorriso,
un sorriso rosso che continua fino a giù,
fino a bagnare di rosso la nostra terra.

Guardami Kenia.
Guardami, toccami,
fammi sentire il tremore delle mani,
quelle mani talmente sporche da essere pulite, troppo pulite
per chi ha le mani talmente pulite da essere sporche,
sporche e rosse,
rosse come la terra dove è caduta tua madre.

Guardami Kenia.
Guardami e sentimi,
senti il mio cuore con le tue mani,
le tue mani che tremano come il mio cuore,
il tuo cuore che trema come le mie mani,
le mie mani così, sul tuo cuore,
le tue mani così, sul mio cuore.

Guardami Kenia.
Non abbassare lo sguardo,
lo sguardo che voglio accarezzare.
Piangi Kenia? Sì Kenia, piangi.
Fai scendere le tue limpide lacrime,
falle scendere fino al cuore,
il cuore che non trema più,
no, ora non trema più.
Limpide e potenti quelle lacrime,
lacrime di un nuovo coraggio.

Guardami Kenia.
Guardami come ti guardava tua madre,
tua madre felice,
felice di vedere i suoi figli camminare,
camminare sicuri verso il futuro,
un futuro pulito,
pulito come le tue mani sporche di terra,
le tue mani che ora no, non tremano più.

Carlo Olivieri
medico umanista

29 gennaio 2008

venerdì 25 gennaio 2008

QUANDO I NODI VENGONO AL PETTINE


“La mia non è testardaggine, ma coerenza”. Queste le parole di Romano Prodi, che ha preferito consumare apertamente la crisi del suo governo in Parlamento, anziché recarsi subito al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Forse tra gli intenti dell’ex-presidente del consiglio, con questo rispettabile atto, c’era anche la volontà di riscattare l’immagine di un governo che non ha certo brillato per coerenza. Ma, ovviamente, recitare nell’ultimo dei 618 giorni del suo governo la parte del “leone ferito ma fiero”, non può cancellare ciò che è successo negli altri 617 giorni.
Ciò che invece possiamo constatare è che proprio l’incoerenza delle decisioni e delle non-decisioni, delle azioni e delle non-azioni, rispetto al programma con cui la coalizione di centrosinistra si era presentato di fronte agli elettori, ha dominato l’operato di questo governo sin dalle prime battute.
Alla fine i nodi al pettine sono arrivati. Per quasi due anni il governo e la maggioranza che lo sosteneva hanno cercato di nasconderli ma, si sa, se i nodi non li sciogli, diventano sempre più numerosi fino a diventare una matassa inestricabile e, prima o poi, inevitabile.
Non si può governare a lungo, democraticamente, senza il consenso dei cittadini. L’alternativa sarebbe, altrimenti, una dittatura. A maggior ragione doveva farlo questo governo, sostenuto da una maggioranza che aveva ottenuto solo 25mila voti in più rispetto all’opposizione. Invece è successo, molto spesso, che al di sopra degli interessi generali della maggioranza degli elettori ci fossero, nell’agenda del governo, gli interessi particolari di pochi potenti.
Molte famiglie si aspettavano, per esempio, di uscire dal pantano della precarietà e dell’insicurezza economica in cui erano sprofondati col precedente governo di centrodestra, ma quelle stesse famiglie continuano ancora oggi a non arrivare alla fine del mese. Doveva essere cancellata la legge 30 che istituzionalizzava il precariato, ma questo governo non lo ha fatto.
Molti immigrati si aspettavano che finalmente sarebbe cambiata la politica sull’immigrazione, ma i centri di permanenza temporanea sono sempre lì, come sempre lì sta la legge più razzista della storia repubblicana, la legge Bossi-Fini.
Molti cittadini si aspettavano un altro atteggiamento in politica estera ma, a parte una scontata uscita dall’inferno irakeno, migliaia di soldati italiani continuano ad essere protagonisti di occupazioni, come quelle in Afghanistan e in Libano, che nulla hanno a che vedere con la pace e la democrazia, rischiando ogni giorno la propria vita in nome di un comportamento servile nei confronti del cosiddetto “alleato americano”. Comportamento servile che si è ripetuto quando si è trattato di approvare il raddoppio della base Usa di Vicenza, nonostante le grandi manifestazioni di dissenso e una prima crisi di governo.
Molti elettori si aspettavano che venisse finalmente varata una legge sulle unioni di fatto, ma un altro comportamento servile, questa volta nei confronti del Vaticano, lo ha impedito, dopo vari tentativi di compromesso, tra l’anima laica e l’anima chierichetta della maggioranza, che avevano partorito, invece dei Pacs, due topolini: prima i DiCo e poi i Cus.
Molti elettori si aspettavano una legge sul conflitto di interessi, un tormentone che ci affligge dalla “scesa in campo” di Berlusconi del ‘94, ma si riesce solo a concepire una legge assolutamente blanda ed inefficace che comunque non è arrivata neanche ad essere discussa in Parlamento, forse perché Berlusconi non è il solo a trovarsi continuamente in una condizione di conflitto di interessi.
Molti elettori si aspettavano una politica sulla sicurezza che non fosse la solita risposta isterica e fascista, basata sulla cacciata degli stranieri dal suolo patrio e sull’ennesimo inasprimento delle pene. Invece si comincia con un indulto a cui però non fa seguito una politica di riforme in ambito penale che desse un senso a quell’indulto. Ed invece di concentrarsi sul far discutere in Parlamento una legge che introducesse il reato di tortura anche in Italia, si vara un decreto-sicurezza buono solo a far crescere l’ansia dei lavavetri ed i portafogli di chi lucra sull’immigrazione resa clandestina da leggi discriminatorie.
Queste ed altre incoerenze sono il vero motivo della caduta del governo. Di fronte ad un consenso popolare reso invece crescente dalla coerenza tra le parole e i fatti, i vari Mastella e Dini ci avrebbero pensato mille volte in più prima di ufficializzare in Parlamento una crisi che nei fatti era già cominciata da più di un anno.
Questa crisi dimostra per l’ennesima volta che un sistema politico basato sulla distanza tra il Palazzo e la cittadinanza non può reggere. C’è una Costituzione che da 60 anni ci avverte, nei suoi principi fondamentali, che la Repubblica italiana è una democrazia basata sul lavoro, sul ripudio della guerra, sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale del paese, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, sulla salute e sull’istruzione garantite a tutti, sulla parità di tutti di fronte alla legge, sulla necessità che ogni cittadino possa garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa, sul pieno sviluppo della persona umana.
Ognuno di questi punti sanciti dalla nostra Costituzione rappresenta un nodo da sciogliere e non sarà una nuova legge elettorale a frenare il percorso di decadenza che il nostro paese ha intrapreso ormai da molti anni. Più si chiudono gli spazi alla partecipazione diretta, come è sempre stato nell’intento delle svariate leggi elettorali che si sono susseguite negli ultimi 15 anni, più ci si allontana dalla Costituzione e, quindi, dalla democrazia.
Ma evidentemente la classe politica attuale, lontano purtroppo dall’essere muta, è ormai del tutto sorda e cieca. Sono i cittadini che devono prendere in mano le redini di questo paese, direttamente. Guardiamo insieme questi nodi, lavoriamo per scioglierli e quindi andiamo avanti, con pace, forza ed allegria.

Roma, 25 gennaio 2008

Carlo Olivieri
medico umanista

mercoledì 9 gennaio 2008

LA SOLITA SCELTA


Che strazio. Nonostante le ultime decisioni governative, la questione dei rifiuti in Campania ancora una volta non verrà risolta. I nostri amministratori, sia a livello locale che nazionale, sono riusciti a far arrivare la situazione ad un tale livello di emergenza che ora qualsiasi soluzione sarà presa per affrontarla avrà il carattere di un’azione tamponante e, quindi, in quanto tale, sicuramente non adeguata a risolvere veramente il problema.
Questo sembra essere ormai l’unico metodo di risoluzione dei problemi che i governi mettono in atto. Fatte le dovute differenze, infatti, molti conflitti che non riguardano immediatamente i paesi ricchi del mondo vengono ignorati per anni e anni, fino al momento in cui, arrivati ad un punto di tensione tale da mettere in pericolo gli interessi dei suddetti paesi ricchi, si interviene solo con gli eserciti e con le armi. Interventi, cioè, che non hanno certo lo scopo di risolvere, ma solo di contenere quei conflitti, in modo tale che non diano fastidio.
Ed è così che è stato gestito anche il problema dei rifiuti in Campania. Per anni e anni questo è stato considerato un problema che solo i napoletani avrebbero dovuto risolvere, senza dare molto fastidio alle aree più ricche del paese. Nel frattempo politici locali poco raccomandabili e bande camorristiche senza alcuno scrupolo hanno accumulato miliardi a palate su quello che si è rivelato un enorme affare. Ora il problema rischia di diventare molto dannoso per tutto il paese, comprese le aree più ricche. Compresi tutti coloro che rischiano di non poter più usufruire degli stanziamenti comunitari collegati all'attuazione di progetti nel campo dello smaltimento di rifiuti. Di conseguenza il governo ha preso la solita decisione: invio dell’esercito e nomina a commissario straordinario di un ex capo di polizia.
Per completare il quadro non si può non rilevare che il provvedimento governativo prevede, inoltre, anche con il consenso del ministro verde Pecoraro Scanio, la costruzione di tre inceneritori in Campania. Ecco quindi che si spiana la strada per la realizzazione di quegli impianti di termovalorizzazione contro cui si battono tanti comitati di cittadini e tante associazioni ambientaliste e contro cui finora si era battuto anche Pecoraro Scanio.
Si potrebbe ipotizzare che l’emergenza rifiuti sia stata portata fino a tal punto di insopportabilità anche per superare in un sol colpo le resistenze rispetto ad impianti di questo genere? Sì, si può ipotizzare.
L’affare in questione non è di poco conto. Tutti gli italiani pagano ogni anno 140 milioni di euro ai gestori degli inceneritori, soldi che potrebbero invece essere usati per lo sviluppo di impianti, come quelli fotovoltaici, idro-elettrici ed eolici, che potrebbero renderci energeticamente autonomi.
Invece siamo costretti a pagare di più per un sistema di recupero energetico, come quello dei termovalorizzatori, neanche tanto sicuro, mentre potremmo pagare molto di meno se affidassimo il recupero energetico a più sicure tecniche biologiche a "freddo", quali compostaggio, digestione anaerobica e bio-ossidazione.
Se a tutto questo si aggiunge la risposta ben poco solidale delle altre amministrazione regionali alla richiesta del governo di accogliere una parte delle 120mila tonnellate di rifiuti accumulatesi in Campania, si può senz’altro concludere che l’egoismo è il fondamentale errore di calcolo che domina in tutta l’intera vicenda.
La stessa politica assumerebbe ben altri connotati se solo ci si decidesse a trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati. Chi è disposto ad uscire finalmente dall’errore egoistico sarà in grado di prendere in considerazione tutte le soluzioni migliori. Solo per chi è disposto a fare questo un altro futuro è possibile. Chi non lo è, invece, è pregato di farsi da parte in tempo, prima che diventi un altro rifiuto. Ne abbiamo già troppi.

Roma, 9 gennaio 2008

Carlo Olivieri
medico umanista

venerdì 4 gennaio 2008

UNA PERICOLOSA IPOCRISIA


Poteva essere una strage. La sera del 3 gennaio è divampato un incendio nell’ex stabilimento della Mira Lanza a Roma, dove si erano rifugiati circa 90 migranti, tra cui una trentina di bambini. Evidentemente abituati a fuggire, i rifugiati non hanno perso tempo e sono scappati da quella che poteva essere una trappola mortale.
Come è possibile che questo accada in una città come Roma? Una città che si autodefinisce “capitale della pace della nonviolenza”, che addirittura si erge a lanciare un monito al mondo intero, illuminando a giorno il Colosseo, affinché si approvi la moratoria universale contro la pena di morte.
In una città come questa, insomma, i più elementari diritti umani vengono dimenticati, lasciando che 90 persone mettano a repentaglio la propria vita rifugiandosi in una fabbrica abbandonata e pericolante perché non hanno un posto migliore dove andare.
Non è un’iniezione letale o una fucilata alla nuca che può uccidere queste persone, ma sicuramente il lasciarle in tali condizioni di abbandono si avvicina molto, visto ciò che rischiano, ad una condanna a morte.
Ecco cosa si nasconde, quindi, dietro la vetrina di Roma, fatta di concerti e spettacoli, roboanti dichiarazioni e stucchevole autoreferenzialità: una politica irresponsabile e distratta, sempre più impegnata in inutili controversie tra un centrosinistra che ha perso da tempo il bandolo della matassa e una destra sempre più stupida e discriminatoria.
Nel frattempo, a Roma come nel resto d’Italia, centinaia di migranti rischiano ogni giorno di morire in posti in cui neanche i cani randagi hanno il coraggio di rifugiarsi, centinaia se non migliaia di persone condannate a rischiare la loro vita ogni giorno.
Di fronte a questa realtà che cosa rimane dell’Italia che chiede la moratoria universale contro la pena di morte; dell’Italia che pretende, insieme agli altri paesi europei, il rispetto dei diritti umani dai nuovi paesi che dovrebbero entrare nell’Unione Europea? Solo belle parole, qualche fotografia di rito e una grande ipocrisia.
I diritti umani sono una cosa seria. Non lasciamoli in mano a questi irresponsabili.

Roma, 4 gennaio 2008

Carlo Olivieri

medico umanista