martedì 16 agosto 2016

SALVINI E LA TEORIA DEL MIDOLLO

Saremo anche privi di midollo, come ha definito il segretario della Lega tutti coloro che non sono d’accordo con la “pulizia etnica controllata e finanziata”, propagandata da lui stesso all’ultimo comizio a Ponte di Legno, ma continuiamo a considerare la pulizia etnica una pratica umana di natura fascista e razzista.
            A sentire le parole pronunciate da Salvini durante il suddetto comizio emerge una riflessione. Di solito nel corpo umano c’è un perfetto equilibrio tra i vari organi e apparati che lo compongono e l’eccessivo sviluppo di uno dei componenti è associato di solito ad un deficit nello sviluppo di altri componenti.
            Per cui, quando un persona si presenta vestita da poliziotto, come ha fatto Salvini a Ponte di Legno, e comincia a pronunciare frasi del tipo: "Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città", oppure “gli italiani oppressi dai clandestini”, o ancora “le "zecche", i lavavetri, i mendicanti, gli immigrati in fila all'ospedale: sono i mali principale della società: "Prendiamo un bel furgone, li carichiamo lì e li molliamo in mezzo al bosco a 200 chilometri, così ci mettono un po' a tornare"..”, ebbene sorge spontanea una domanda: non è che l’eccessivo sviluppo del midollo comporta una ridotto sviluppo del cervello?  Infatti se il midollo in questione è quello spinale, che è in continuità anatomica con l’encefalo, è abbastanza verosimile che si verifichi tale eventualità.
            Scherzi a parte, è improbabile che il segretario della Lega abbia un problema di neurosviluppo. Anche perché coloro che soffrono veramente di questo problema sono persone molto più serie.
            Il problema di Salvini non sta nelle sue cellule nervose, ma nell’uso che ne fa, come d’altronde di tutti i razzisti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Purtroppo la storia umana è talmente costellata di pulizie etniche, discriminazioni di ogni sorta e crimini contro l’umanità, che al momento il termine “storia” potrebbe tranquillamente essere sostituito dal termine più appropriato di “preistoria”. La vera e propria storia “umana” deve ancora cominciare.
            Fin quando ci saranno leader politici che non sono capaci di muoversi in un orizzonte più ampio di quello raggrinzito attorno alla semplice percezione del presente; fin quando si continuerà a propugnare la conservazione di un ordine basato sulle differenze razziali, sessuali e sociali; fin quando, infine e soprattutto, si continuerà a considerare l’altro come un oggetto che, se non serve, deve stare a 200 chilometri di distanza, ebbene, fin quando ci sarà tutto questo il primo passo dalla preistoria alla storia non sarà stato ancora compiuto.
            Ma l’umanità questo passo lo farà, nonostante la palla al piede sia ancora molto pesante. E quando quel passo sarà compiuto, tutti i Salvini di questo mondo dovranno usare ben altri organi. Troppo facile usare solo il midollo.                 



Roma, 16 agosto 2016

domenica 20 marzo 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE: NON SOLO “NO”


 
Un passo fondamentale per i veri democratici sarà quello di votare e far votare “No” al referendum sulla legge di revisione costituzionale adottata dall’attuale governo italiano. Un disegno di legge costituzionale che è il frutto di un lungo processo di imposizione di contro-riforme dettate dalle più importanti istituzioni europee e mondiali, dalla commissione europea alla BCE, dal FMI al G-8, sin dagli anni ‘80.

Sono contro-riforme perché, contrariamente al significato del termine “riforma”, cioè “cambiamento”, hanno come obiettivo la “conservazione” della proprietà finanziaria dei mezzi di produzione, che si traduce nel mantenimento del potere nelle mani di una minoranza che, in quanto detentrice di gran parte della ricchezza mondiale, assoggetta tutti gli altri alle proprie regole.   

E come potrebbe essere assicurato tale obiettivo “conservatore” se non attraverso la riduzione, non solo delle tutele dei lavoratori e dello stato sociale, ma anche di ogni autonomia politica? A che cosa mirerebbe infatti, se non all’azzeramento di ogni dissenso, il disegno di legge governativo che prevede la soppressione del Senato eletto direttamente dal popolo, con l’ulteriore concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, e una legge elettorale che prevede la costituzione di un’assemblea parlamentare drogata da premi di maggioranza sempre più alti regalati ad un solo partito?

Purtroppo tutto ciò che è stato realizzato per costituire l’Unione Europea si è tradotto in tentativi sempre più aggressivi di cancellazione delle costituzioni nazionali, soprattutto quelle, come la costituzione italiana, in cui è più evidente il riconoscimento e il rispetto dei diritti umani fondamentali. La speranza di superare in un prossimo futuro le barriere e i confini tra stati nazionali per costruire un’unica nazione umana, prima regionale e poi universale, non può essere realizzata fino a quando non verrà destituito quel potere finanziario che impedisce ogni tentativo di evoluzione con ogni mezzo: dal più subdolo, come l’inserimento del pareggio di bilancio nelle costituzioni, al più esplicitamente violento, come la repressione e il terrorismo.

Appare quindi evidente che qui non si tratta soltanto di andare a votare e dire “No”.

Qui si tratta di riappropriarsi della speranza. La speranza in cosa?

La stessa Costituzione può darci qualche valido suggerimento, ma indubbiamente l’obiettivo principale della nostra speranza è l’istituzione di una democrazia “reale”, cioè di una democrazia che è ovunque, in ogni luogo e soprattutto da inserire laddove non c’è ancora.

Questo significa che l’ordine di chi oggi domina sulla società attraverso la proprietà dei mezzi di produzione dev’essere destituito. Non è più ammissibile, per esempio, che tali proprietari continuino a concedere lavoro solo alle proprie condizioni, come ampiamente dimostrato dal tanto sbandierato “Jobs Act” di cui l’attuale governo va così fiero.

Quindi la suddetta destituzione dell’ordine finora stabilito deve necessariamente avvalersi del superamento dell’attuale democrazia “formale”, che non mette in discussione il dominio sulla vita delle persone anzi lo rafforza, ad opera di una democrazia “reale”, cioè di una democrazia a dir poco totale, in cui le regole non sono più imposte da chi detiene il potere economico, ma sono autonomamente decise ed adottate da una collettività che partecipa con pari diritti alla gestione della produzione.

Di conseguenza, se di riforma costituzionale c’è bisogno, può essere solo nella direzione di un reale “cambiamento” e non della “conservazione”. Una vera riforma costituzionale dovrebbe avere il solo scopo di rendere più facile la diffusione della democrazia in ogni luogo, in ogni contesto, ovunque.

La lotta per la difesa della Costituzione dagli attacchi dell’attuale governo, quindi, è solo una necessaria premessa.

La democrazia non va solo difesa. La democrazia va diffusa in ogni luogo e in ogni momento, solo così può diventare “reale”.

A livello politico questo significa non solo respingere le contro-riforme, ma proporre riforme costituzionali che, per esempio, rendano le assemblee elettive il più rappresentative possibile attraverso un sistema elettorale proporzionale, che diano la possibilità di presentare liste di candidati a tutti i partiti legalmente costituiti senza ulteriori requisiti come la raccolta di migliaia di firme, che amplino gli strumenti di democrazia diretta prevedendo referendum non solo abrogativi ma anche propositivi, che diano la possibilità ai cittadini di destituire gli eletti che non mantengono le promesse elettorali tramite una “legge di responsabilità politica”.

Che cos’è tutto questo? Rivoluzione? Può darsi. Sicuramente la costruzione di un movimento con queste speranze darebbe un nuovo senso all’antica lotta degli oppressi contro gli oppressori, dove gli oppressori sono i detentori del potere economico-finanziario e gli oppressi sono tutti coloro che, sotto il ricatto della sopravvivenza, devono sopportare l’asservimento ad essi.       

Una lotta dura, perché nulla sarà gentilmente concesso. Per questo l’indignazione non basta. Ciò che serve e che sostiene veramente è solo la speranza.

E la speranza va nutrita, ogni giorno.

Anche per questo la vera rivoluzione non è domani. La vera rivoluzione è ora.

 
Roma, 18 marzo 2016

domenica 1 marzo 2015

LA LEGA DEI COWBOYS



Mentre la citta di Roma deve sopportare la manifestazione della Lega Nord che si allea con la destra fascista rappresentata da CasaPound, apprendiamo da Maroni, presidente leghista della regione Lombardia, che la giunta ha approvato una proposta di legge che, con la scusa del contrasto alla criminalità, prevede che la Lombardia sia la prima Regione in Italia a pagare le spese legali ai cittadini accusati di «aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa».

In altre parole, un’istituzione dello Stato, quale la regione Lombardia, si schiera apertamente e a priori dalla parte di chi ha sparato e magari ucciso per difendersi da solo da un’aggressione o una rapina. Probabilmente, vista l’esigua cifra di 50mila euro messa a disposizione dalla Regione per le suddette spese legali, è l’ennesima farsa propagandistica, ma non è questo il punto fondamentale. Ciò che risulta più scorretto è il tentativo di far passare questo provvedimento come un mezzo per contrastare la criminalità.

In un paese come l’Italia dove, nonostante ci sia una rigida normativa che regolamenta la detenzione delle armi, circolano sin troppe armi da fuoco; in un paese dove non è sicuro se siano le forze dell’ordine o le organizzazioni criminali a detenere più armi; in una società in cui quando si tratta di contrasto alla criminalità si  parla troppo spesso di inasprimento delle misure repressive e quasi mai di programmi di prevenzione; in un paese così, è proprio l’incentivare anziché lo scoraggiare la tendenza a difendersi da soli a rappresentare un atteggiamento criminale, oltre che profondamente ipocrita.

Tutto serve tranne un ritorno al far west. Di cowboys ne abbiamo già abbastanza in giro per l’Italia e per il mondo intero. Vogliamo pagar loro anche le spese legali?

Roma, 28 febbraio 2015
Carlo Olivieri

venerdì 5 dicembre 2014

mafia capitale


NONOSTANTE LORO
 
Ciò che sta succedendo a Roma non è certo una novità. Non è certo la prima volta che il grande bidone dell'immondizia rappresentata dalla corruzione viene scoperchiato. Ogni volta che succede un odore nauseabondo si sparge su tutta la città, su tutto il paese, accentuando il sentimento già ben radicato di schifo per la politica. Eppure ogni volta dobbiamo constatare che quel bidone non era nascosto, era lì in bella vista, tutti ne conoscevano l'esistenza. Succedeva a Milano con l'operazione “Mani Pulite”, succede oggi a Roma con l'operazione “Mondo di Mezzo”.

Non è il caso di commentare le solite reazioni che possiamo leggere su tutti i giornali e sui social network. C'è chi invoca le elezioni, chi promette campagne di pulizia all'interno dei rispettivi partiti, ecc. ecc.

Evidentissimi sono tutti i danni che questa miscela tra politica e criminalità più o meno organizzata ha procurato e continua a procurare a tutti noi in termini di risorse che potrebbero essere usate per il bene comune e che invece vanno a gonfiare i portafogli di delinquenti senza scrupoli che, spesso e volentieri, pubblicamente si scagliano contro rom e immigrati, mentre dietro le quinte fanno affari sulla loro pelle.

Meno evidente, invece, è l'effetto psicosociale. Non si può non condividere lo schifo che gran parte dei cittadini prova per tutto questo. Ma poi? Sempre più spesso la reazione è il distacco, la non partecipazione, la chiusura nel privato, nella speranza che un giorno o l'altro verrà il giustiziere che spazzerà via tutta questa immondizia. Per molti non vale neanche più la pena di andare a votare oppure sempre più spesso si va a votare non per convinzione politica ma solo se c'è qualche candidato che offre qualcosa in cambio del voto.

Avanza così il nichilismo e la sfiducia, se non addirittura la convinzione, propagandata anche da qualche intellettuale di regime, che siamo tutti uguali, che siamo tutti corrotti.

Non è vero!

Non siamo tutti uguali!

I criminali di cui sopra, politici e non politici, non sanno che vuol dire avere il grande senso di dignità che deriva dal considerare l'essere umano al primo posto nella propria scala di valori, per cui nessuno deve essere al di sotto di un altro e nessuno può essere trattato come una cosa.

Avranno anche i portafogli pieni ma il loro cuore è vuoto, perchè non sanno che cosa significa riconoscere che l'altro, tutti gli altri sono uguali a me ma anche diversi da me e che c'è qualcosa dentro ognuno di noi di non misurabile in termini di denaro e quindi di incorruttibile.

Qualcosa dentro di noi, in altri termini, di veramente rivoluzionario.

Nonostante loro la società umana può essere migliore perchè già esiste in fondo al nostro cuore.

Nonostante loro non finiremo mai di credere che nuovi cammini possono essere tracciati.

Nonostante loro non avremo mai paura della libertà solo perchè significa resposanbilità.

Nonostante loro non avremo mai timore di essere all'altezza della nostra immaginazione.


Siamo ancora qui e continueremo a costruire, nonostante loro.

Roma, 5 dicembre 2014

sabato 29 novembre 2014

Roma: Casa Pound impedisce a 90 bambini rom di entrare a scuola


SCIACALLI E BURATTINI
 
Tira una brutta aria in Italia. Un’aria contaminata da percentuali tossiche di intolleranza e discriminazione razziale. Un’aria particolarmente tossica si respira a Roma, dove organizzazioni di stampo dichiaratamente fascista hanno sempre avuto terreno fertile e che contribuirono non poco all’ascesa di Alemanno alla carica di sindaco.

Una di queste organizzazioni, Casa Pound, si è resa protagonista di una manifestazione alla periferia di Roma che di fatto ha impedito l’ingresso a scuola di decine di bambini rom. Hanno fatto salire la tensione talmente tanto da costringere i vigili a non far uscire i bambini dal campo nomadi, impedendo loro di andare a scuola. La maggior parte dei manifestanti erano studenti che volevano manifestare il loro disagio per un rapporto diventato sempre più difficile e teso con il campo nomadi situato vicino a tre scuole del quartiere Torrevecchia. Purtroppo non sono stati attenti e si sono lasciati strumentalizzare dai militanti di Casa Pound che, in quanto fascisti, sono anche molto ben allenati ad azioni di sciacallaggio politico.

I fatti che avrebbero reso difficile il rapporto di vicinanza tra le scuole e il campo nomadi consisterebbero in lanci di pietre contro gli studenti, episodi di minacce al fine di rubare qualche cellulare e roghi tossici che infestano l’aria delle aule scolastiche.

Non c’è dubbio che anche tra i rom, come nel resto della popolazione di qualsiasi origine etnica compresi gli italiani, ci siano individui con evidenti tendenze antisociali e violente, ma non possiamo considerare questi singoli fatti senza tener conto del contesto sociale in cui sono avvenuti. Un contesto spesso e volentieri espulsivo nei confronti dei rom, trattati da sempre come un corpo estraneo da isolare e possibilmente da espellere.

Eppure i bambini rom a cui è stato impedito di entrare a scuola erano ben 90, il che vuol dire che non è vero che i rom, nel loro insieme, sono antisociali e che non hanno intenzione di costruire una civile convivenza con gli altri. Caso mai è vero esattamente il contrario: che c’è un’intenzionalità ben precisa a fare uno sforzo per diventare parte integrante del contesto sociale in cui vivono e che questa intenzionalità si incontra con la volontà da parte di associazioni di italiani che vogliono aiutare i rom in questo sforzo. Sta di fatto però che si parla di rom solo quando avvengono fatti criminosi in cui alcuni di loro sono coinvolti, alimentando così timori e sentimenti discriminatori.

Ma i timori e i sentimenti discriminatori, non dimentichiamolo, sono spesso funzionali a interessi economici che la semplice cronaca dei fatti contribuisce a nascondere e che invece sono la vera causa di ciò che succede. Non è un caso, infatti, che il Municipio responsabile del territorio di Torrevecchia ha già pronto un progetto da 2 milioni di euro per rendere l’area occupata dai rom adatta alla nascita di qualcosa di più remunerativo per qualcun altro, come per esempio un centro sportivo. Chi c’è dietro questo progetto? Chi ci guadagnerà dalla nascita di un centro sportivo, di un centro commerciale o di chissà che altro? Ecco che allora una protesta che abbia il più possibile le sembianze di una sollevazione popolare può essere molto utile per accelerare le procedure. Ma per coinvolgere in poco tempo un buon numero di cittadini in questo tipo di mobilitazioni c’è bisogno di sollecitare qualcosa nel cuore. E su quali sentimenti è più facile soffiare, in questi tipi di mobilitazione, se non su quelli che si basano sulla paura e sul pregiudizio?

E chi sono i più bravi a fare questo? La storia ce lo insegna: sono i fascisti, ridotti anch’essi, nonostante i miti che usano per esaltarsi, a dei poveri burattini.

 
Roma, 29 novembre 2014

sabato 1 novembre 2014

VOLETE LA LOTTA DI CLASSE? OK. L'AVRETE.



La caratteristica fondamentale dell'attuale governo è l'esorbitante abbondanza di chiacchiere. Mentre sabato 25 ottobre a Roma sono scese in piazza un milione di persone per protestare contro la legge di stabilità, contemporaneamente il presidente del consiglio faceva tranquillamente evaporare migliaia di parole al vento cercando di convincerci che se crediamo ancora nel posto fisso e nella validità dell'articolo18 siamo dei trogloditi e anche dei deficenti, visto che metaforicamente insisteremmo a voler far funzionare un cellulare con i gettoni telefonici.
Chiacchiere, solo povere chiacchiere! Perché?
Perché, per esempio, l'Unicef ci fa sapere che in Italia ormai un bambino su tre vive in condizioni di povertà,  cioè 600mila in più rispetto al 2008.
Perché, sempre per esempio, al sud le famiglie povere sono aumentate del 40% in un solo anno e si sono persi 600mila posti di lavoro in 5 anni, con il numero di occupati più basso dal 1977.
Perché più del 40% degli studenti non prosegue gli studi per mancanza di risorse economiche e, nonostante ciò, le tasse universitarie continuano a lievitare anno dopo anno.
Risulta ormai evidente che da diversi anni è in corso un vero e proprio attacco contro le classi meno abbienti, sia in Italia che a livello internazionale. Un attacco in corso ormai da più di 30 anni che ha come primo obiettivo l'annullamento di tutti i diritti conquistati durante gli anni '60 e '70. I dati, come quelli su esposti, parlano sempre più chiaro e il fatto che l'UE approvi la legge di stabilità varata dal governo non fa altro che confermare il suddetto attacco.
Quando si legge sui giornali che l'UE approva o disapprova, chi in realtà sta decidendo?
Una commissione costituita da alcune persone messe lì a sorvegliare e giudicare i singoli stati, ben attenti a che non commettano alcuna violazione delle norme europee di bilancio. E i milioni di cittadini europei che sempre più formalmente vengono chiamati a votare per il parlamento europeo? Dove sono finiti i programmi politici presentati dai partiti per farsi votare? Ora sono solo carta straccia. Ne siamo più che sicuri. Una volta archiviata l'ennesima buffonata elettorale, ciò che contano veramente sono i poteri forti, di cui l'attuale capo del governo italiano è il principale portavoce, ma sempre e soltanto un burattino ben felice di esserlo.
In altre parole, l'attacco ai diritti fondamentali, cioè il diritto ad una lavoro, alla salute, all'istruzione, ad una vita dignitosa per tutti, fa parte di una vera e propria lotta tra classi sociali. Se è vero questo, allora è anche vero che il tempo per gli indugi è agli sgoccioli e che tra pochissimo tempo sarà impossibile non schierarsi.

Roma, 29 ottobre 2014

lunedì 13 maggio 2013

UNA DI QUELLE 5 STELLE È RAZZISTA

Una di quelle cinque stelle, evidentemente, brilla anche per i razzisti. L’ennesima esternazione del leader del M5S contro la proposta di dare ai figli delle persone migrate in questo paese la cittadinanza italiana ha tutto il sapore della discriminazione e dell’opportunismo. Anche Grillo, come gran parte dei politici attuali, mette strumentalmente in ballo l’Europa, dicendo che nell’UE non esiste lo Ius Soli. E quindi? Quanti diritti, pur scritti nelle carte costituzionali dei singoli paesi europei e della stessa Unione europea, non sono in pratica rispettati o non vengono nemmeno considerati? Il fatto che un diritto non venga ancora riconosciuto in Europa non significa automaticamente che non possa o non debba essere riconosciuto in uno dei paesi che fanno parte dell’unione. Negli altri paesi europei, per esempio, esistono ancora i manicomi, non riconoscendo ai malati mentali gli stessi diritti di tutti i cittadini: se si volesse seguire la logica del leader del M5S, in Italia si dovrebbero quindi aprire di nuovo gli ospedali psichiatrici? Che cosa spinge il leader di un movimento, che si autodefinisce rivoluzionario, ad esporre idee che sono condivise anche dagli eredi del fascismo nostrano? Sono idee proprie o è solo frutto dell’opportunismo elettorale che così bene ha caratterizzato la classe politica che il M5S dichiara di voler combattere? O tutte e due? Sarebbero gradite delle risposte a queste domande. Cosa che non dovrebbe risultare difficile per un personaggio pubblico che si è sempre dimostrato alquanto prolisso – se non a volte logorroico – in tante altre occasioni.

giovedì 3 gennaio 2013

L’AGENDINA DI MONTI

Più se ne parla, più la cosiddetta “agenda” elettorale di Mario Monti appare, nei contenuti, di dimensione microscopiche di fronte alla situazione critica che l’Italia sta vivendo. Molti sono gli esempi che si potrebbero fare, ma è sufficiente farne solo uno per dimostrare quanto detto: l’istruzione. La formazione scolastica e universitaria rappresenta un capitolo talmente fondamentale per lo sviluppo di un paese che basta e avanza per dimostrare la piccineria del progetto politico di Monti & Co. Nel manifesto di tale progetto è scritto a chiare lettere che l’istruzione e la formazione sono “le chiavi per far ripartire il Paese”. Quando si tratta di fare solenni proclamazioni da usare in campagna elettorale tutti riconoscono la centralità dell’istruzione e della sanità per lo sviluppo di una nazione. Ma puntualmente, quando si passa ai fatti, quelle proclamazioni si rivelano solo delle menzogne. Quali sono questi fatti? Due soli numeri bastano per scoprire le bugie: 223 milioni e 300 milioni. 223 milioni sono gli euro che sono stati stanziati dal governo per le scuole private; 300 milioni sono gli euro sottratti ai Fondi di Finanziamento Ordinario della formazione pubblica. Come dire: abbattere definitivamente la scuola pubblica e investire nell’istruzione privata. A questo punto sorge spontanea una domanda: ma a quale secolo si riferisce l’agenda dell’ex capo di governo? Quanti decenni, se non secoli, sono passati da quando l’istruzione, proprio perché affidata ad istituzioni private, era un privilegio delle classi sociali più ricche, mentre gran parte del popolo affogava nell’analfabetismo? Se a tutto questo si aggiunge poi la dichiarata affinità di idee di Monti con la cosiddetta riforma del peggior ministro dell’istruzione della repubblica italiana che risponde al nome di Gelmini, il quadro dovrebbe risultare ormai abbastanza chiaro a tutti coloro che godono del senso della vista e che non hanno rinunciato ancora ad usarlo. Conclusione: agendine come queste non ci servono. Ne abbiamo viste già abbastanza. I progetti di rinnovamento sono ben altro. Il passato non va ripetuto, ma solo consultato per non fare gli stessi errori di sempre.

giovedì 9 febbraio 2012

QUESTO NON È UN PAESE PER SCERIFFI


La Lega, IdV e il decreto “svuota carceri”

Non è facile ammetterlo, ma purtroppo siamo costretti a constatare che, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è uno dei paesi in cui più facilmente possiamo incontrare uno sceriffo, o aspirante tale, girare nelle stanze dei palazzi istituzionali.
Il decreto cosiddetto “svuota carceri” approvato in Parlamento non può certo essere considerato una soluzione alla situazione tanto disumana quanto esplosiva che i detenuti sono costretti a vivere in quasi tutti gli istituti di pena italiani. Con un sovraffollamento misurabile in circa 22mila detenuti in più rispetto alla capienza reale di tali istituti, un decreto, come quello approvato, che in teoria farebbe uscire non più di 3.500 persone dal carcere per misure alternative di detenzione, come gli arresti domiciliari, non va oltre il semplice ed ennesimo provvedimento urgente, giusto per allentare l’emergenza per qualche mese, per poi ritrovarsi di fronte allo stesso problema.
Ma i gruppi parlamentari che si sono opposti a questo decreto non l’hanno fatto usando queste motivazioni. Sia la Lega che Italia dei Valori si sono scagliati contro il decreto del governo per ben altre ragioni, che potremmo definire ridicole, se non fosse per la drammaticità del contenuto di queste ragioni.
Di Pietro, leader di IdV, parla di “resa incondizionata dello stato a criminali e delinquenti”, come se l’azione della giustizia fosse un’azione di guerra e i detenuti fossero da considerare dei nemici, non dei cittadini che hanno commesso un reato.
I leghisti, che non si sono smentiti nemmeno stavolta per il loro stile perfettamente isterico, hanno messo a dura prova le proprie corde vocali urlando come dei forsennati nell’aula parlamentare. Non era facile comprendere il contenuto delle invettive, tanta era la veemenza con cui venivano lanciate, ma qualcuno è riuscito a capire, tra uno schizzo di bava e l’altro, che se fosse stato per loro quei delinquenti sarebbero rimasti a marcire per sempre in galera.
Eppure pensavamo che l’ex-magistrato avesse come musa la dea bendata e che i leghisti avessero come modello Alberto da Giussano. E invece no. Ora è chiaro chi sono i loro veri idoli.
Il leggendario sceriffo di Nottingham e Wyatt Earp, il famoso sceriffo di Dodge City: ecco chi sono i protagonisti dei sogni di Di Pietro e dei seguaci del senatùr. Ecco il vero motivo per cui i leghisti amano tanto le ronde: in fondo in fondo essi sognano di girare per le strade buie del Kansas padano facendo brillare sul proprio petto la fatidica stella a cinque punte e nelle proprie mani una sfavillante colt con cui impallinare extracomunitari e meridionali. Che pena.

Ci dispiace per tutti questi amanti di law and order (legge ed ordine), ma questo non è un paese per sceriffi.
Lo dice la Costituzione, innanzitutto, dove si può leggere, nell’articolo 27, che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Faremmo bene a ricordare tutti che quando parliamo di detenuti stiamo parlando di cittadini come tutti gli altri e che segregando ciò che ci disturba, in lager chiamati “carceri” o “centri di identificazione ed espulsione”, non risolveremo certo i nostri problemi ma li moltiplicheremo.
Cominciamo a prendere sul serio ciò che dice la nostra Costituzione. Solo così risolveremo i problemi dei detenuti e delle carceri.

Carlo Olivieri
umanista

martedì 7 febbraio 2012

I NODI AL PETTINE


Perché la crisi e come uscirne

Ci dispiace, ma siamo costretti a smentire tutti coloro che credono e affermano che la crisi economica attuale sia iniziata nel 2008. La condizione molto difficile in cui versano milioni di persone, in conseguenza di tale crisi, dovrebbe essere un sufficiente motivo per non indugiare in teorie che, nei casi in cui non siano dettate dalla malafede, sono il frutto di uno sguardo ingenuo sulla realtà. Quell’ingenuità che nasce, il più delle volte, dalla falsa credenza di essere rappresentanti della maggioranza o di essere la voce di organizzazioni che si ritengono ingenuamente indistruttibili, come le istituzioni dello Stato, le organizzazioni sindacali o le varie confederazioni delle più svariate categorie.
Non è mai stato segno di grandi capacità intellettive il fingersi di essere rappresentanti della cosiddetta maggioranza, ma ora, più che mai, perseverare in tale atteggiamento è l’inequivocabile segno di una miscela esplosiva di stupidità e arroganza.
La crisi attuale è il frutto di un lento ma inesorabile processo iniziato diversi decenni fa. Un processo che ha costruito una struttura con materiale difettoso, destinata, proprio per questo, a non reggere, perché se le fondamenta sono costituite da materiale non solido, il difetto poi si moltiplica e il futuro, cioè oggi, non potrà che vedere il crollo inevitabile di tale struttura.
Già durante la prima crisi economica del dopoguerra, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ‘70, era sufficientemente evidente che quella che sembrava esserne la causa, cioè l’inflazione, era solo uno strumento in mano al grande capitale per mettere in discussione gli accordi conclusi precedentemente, accordi che avevano acquietato i rapporti sociali tra il lavoro e il capitale. Tali accordi si erano basati su una falsa credenza: che il grande capitale si sarebbe accontentato della concessione dei lavoratori al mantenimento dell’economia di mercato e della proprietà privata dei mezzi di produzione, in cambio di una politica apparentemente democratica che garantiva protezione sociale e un progressivo miglioramento della qualità di vita.
Ecco il primo passo falso, il primo pilastro difettoso di una costruzione di cui ora, a distanza di decenni, stiamo vedendo l’inevitabile decadenza. Tutte le successive innumerevoli azioni dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali hanno seguito, più o meno acriticamente, le orme di quel “peccato originale”: il mondo del lavoro, invece di mettere in discussione, al fine di trasformarle, le strutture di un sistema che dava origine ai danni che provocava, si accontentava di denunciarlo, per poi, però, accontentarsi di qualche aumento di stipendio e di qualche garanzia sociale in più.
Si è trattato, in altre parole, di una vera e propria sottomissione ai dettami del grande capitale, in nome di poche briciole di benessere che sarebbero diventate sempre più esigue e illusorie. Qui le responsabilità della sinistra e dei sindacati sono state di dimensioni enormi.
Infatti, sotto la spinta dei mercati, formidabili strumenti in mano ad un grande capitale tutto dedito alla speculazione finanziaria, i governi di tutto il mondo capitalistico, nel corso dei successivi decenni e manovra dopo manovra, hanno inferto duri colpi anche a quelle poche conquiste che i lavoratori avevano raggiunto dal dopoguerra fino alla redazione dello Statuto dei lavoratori.
Gli effetti di questo processo sono oggi sotto gli occhi di tutti, ma non è detto che gli occhi siano aperti.
Infatti, ancora oggi ci troviamo di fronte ad una sinistra politica che non riesce a capire che non ha speranze se continua ad avere progetti politici che, nel migliore dei casi, sono buoni soltanto per alleviare i mali procurati da strutture che andrebbero radicalmente trasformate. Ancora oggi abbiamo sindacati che, nella maggioranza dei casi, non propongono più nulla, ma sanno solo mettersi in trincea per difendere quel poco che c’è ancora da difendere, perdendo, ovviamente, ogni volta. E così sarà, per esempio, anche con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: non basta cercare di difenderlo così com’è, ma bisognerebbe proporre di estenderlo a tutte le aziende, anche a quelle con meno di 15 dipendenti.

Ecco, quindi, che i nodi sono arrivati al pettine. Chi, nonostante tutto, non vuole vederli, non merita più alcuna fiducia da parte del popolo. Chi, nonostante sia così palese, non vuol vedere che il processo iniziato tanti anni fa è arrivato al capolinea, sta contribuendo allo sfacelo.

Ora è giunto il momento di iniziare un nuovo processo e non è detto che chi farà i primi passi sia già maggioranza. Non si tratta più di denunciare, ma di trasformare, e per fare questo non si può non iniziare, come possiamo leggere nel Documento del Movimento Umanista, dal porre “al primo posto la questione del lavoro rispetto al grande capitale; la questione della democrazia reale rispetto alla democrazia formale; la questione del decentramento rispetto alla discriminazione; la questione della libertà rispetto all’oppressione; la questione del senso della vita rispetto alla rassegnazione, alla complicità e all’assurdo”.

Carlo Olivieri
umanista

venerdì 15 aprile 2011

PER VITTORIO ARRIGONI


Gli amanti della vita non moriranno mai.

Vittorio Arrigoni, volontario, pacifista e militante dell'International Solidarity Movement, era stato rapito da un gruppo di estremisti salafiti. Dopo solo poche ore dal rapimento è stato ucciso.
La sua posizione contro l’assedio di Gaza da parte dell’esercito israeliano era limpida e chiara, alla luce del sole, e faceva di tutto per tenere informato il mondo di ciò che succedeva in quei luoghi. Probabilmente proprio per questo era stato più volte minacciato di morte e, inoltre, era stato anche arrestato dalle autorità israeliane nel 2008.
Ora gli amanti della morte, sopprimendo il corpo di Vittorio, credono di aver spento quella luce.
La religione in tutto questo non c’entra nulla. Ogni volta che in nome della religione si spegne la luce della ragione rimane solo la mortificazione dell’essere umano.
Invano gli amanti della morte credono di poter fermare, con la morte stessa, la catena di azioni innescata da Vittorio.
Poveri illusi!
Che grande incoerenza: dicono di credere in un dio e in una vita dopo la morte, ma poi credono che la morte sia l’unica soluzione.
La catena di azioni innescate dagli amanti della vita, quale era Vittorio, non può essere fermata dalla morte, ma la loro influenza continuerà ad operare.

Carlo Olivieri

sabato 12 marzo 2011

GIUSTIZIA PARALLELA


Roma, 11 marzo 2011

La presunta riforma della giustizia approvata dal consiglio dei ministri non esiste. Non esiste, non solo perché sarebbe, semmai, una contro-riforma, ma soprattutto perché rappresenta soltanto uno specchietto per le allodole, un’ennesima illusione berlusconiana che ha l’unico scopo di distrarre gli italiani.
Lo stesso presunto scontro tra governo e magistratura è una vera e propria farsa, perché ciò che risulta evidente, facendo le dovute eccezioni, è la persistenza di un sistema di connivenze tra la politica e la giustizia, come sta a dimostrare la sostanziale impunità dei reati più gravi, perpetrati, non solo da Berlusconi, ma da molti personaggi di spicco del mondo politico e imprenditoriale.
La proposta di riforma approvata dal governo è un atto di sostanziale continuità con questa tradizione italiana, in cui la “casta” assicura la propria sopravvivenza. Una casta che non ha mai avuto bisogno di promulgare legge anticostituzionali, come potrebbe apparire questa riforma, ma a cui è stato sempre sufficiente, nel passato come nel presente, semplicemente eludere con maestria la Costituzione.
Anche la maggior parte dell’attuale sedicente opposizione lo sa bene e usufruisce di tali connivenze. Al di là delle dichiarazioni di rito, anche molto infuocate, molti esponenti dell’attuale minoranza parlamentare hanno anch’essi i loro canali preferenziali attraverso i quali si alimentano le suddette connivenze tra politica e giustizia e si guardano bene dal metterle a rischio con proposte di reale riforma della giustizia.
In altre parole, dietro la facciata rappresentata da riforme che non verranno mai approvate e manifestazioni di protesta di politici e magistrati, esiste una quotidianità in cui domina un sistema politico-giudiziario che, mentre esercita senza scrupoli il proprio potere sulla stragrande maggioranza dei cittadini, mantiene in piedi un vero e proprio “stato parallelo” in cui la Costituzione non è mai esistita e mediante il quale viene garantita l’immunità e l’impunità di chi ne fa parte.
Come potrebbe essere spiegata altrimenti l’assoluta inazione nei confronti del problema rappresentato dall’estrema lunghezza della fase istruttoria dei processi e di quella dibattimentale, che genera una situazione di sostanziale ingiustizia e di violazione dei diritti umani, come emerge, tra l’altro, dalle frequenti condanne dell’Italia da parte della Corte internazionale di Strasburgo?
È un problema che dura da decenni eppure è sempre presente, aggravandosi ulteriormente di anno in anno. Non ci vuole molto a capire che l’unica vera riforma dovrebbe prevedere la trasformazione del sistema giudiziario da macchina burocratica in reale servizio al cittadino, con le stesse caratteristiche, di efficienza e di parità di condizioni di accesso, che connotano i servizi pubblici.
Dov’è tutto questo nella riforma sbandierata da Berlusconi e dal suo ministro-spalla Alfano? Dove sono i reali interessi dei cittadini? Quasi 5 anni per avere una sentenza civile e più di otto per una sentenza penale: di questo dovrebbe occuparsi una politica rivolta verso gli interessi della collettività.
Come dovrebbe occuparsi delle condizioni disumane in cui vivono i detenuti nella maggior parte delle carceri italiane, che hanno assunto sempre più le sembianze di istituti esclusivamente punitivi, anziché, come vorrebbe la Costituzione, di rieducazione e riabilitazione.
È con questo sistema di connivenze tra la politica e la giustizia, di cui usufruisce anche la criminalità organizzata, che alcuni magistrati e politici onesti hanno dovuto fare i conti, sacrificando, in alcuni casi, anche la propria vita.
La proposta di riforma di Berlusconi è figlia di questo sistema, l’ultimo atto di uno scontro tanto falso quanto spettacolare, messo in scena da interpreti di personaggi ben collaudati. Uno spettacolo che andrà avanti, però, solo fino a quando ci saranno spettatori.
E se un giorno il teatro rimanesse vuoto?

Carlo Olivieri

lunedì 7 marzo 2011

SIAMO SICURI CHE SIA SOLO UN PROBLEMA DI “MELE MARCE”?


“Quegli uomini mi hanno uccisa dentro”. La frase è della donna di 32 anni che ha denunciato di essere stata violentata da tre carabinieri e da un vigile in una caserma di Roma. Se le indagini dovessero confermare la denuncia, sarebbe assolutamente secondario se fisicamente fosse stato solo uno o tutti e quattro. Anche chi ha solo assistito e non ha denunciato è altrettanto responsabile.
L’evento potrebbe suscitare, oltre che orrore, anche una certa meraviglia, visto che i presunti autori della violenza fanno parte di quelle istituzioni che si ergono a difensori dei cittadini. Ma come? Nemmeno dei carabinieri ci si può fidare? A questa domanda sarebbe facile rispondere con altre domande: con tutti i casi di pedofilia emersi specialmente negli ultimi anni, affideremmo i nostri figli ad un prete? E tenendo conto che la maggior parte degli abusi e delle violenze avvengono dentro le mura domestiche, perché ci si dovrebbe fidare ciecamente di un padre, di un nonno, di uno zio o di un cugino? E perché la meraviglia non ci assale quando gli autori di una violenza sessuale sono, invece, degli immigrati rumeni, somali o nordafricani?
Le categorie che siamo stati portati a costruire dentro di noi non corrispondono alla realtà, ma sono funzionali soltanto a riproporre una divisione illusoriamente tranquillizzante: come si faceva una volta a scuola, continuiamo a riprodurre a livello sociale quella lavagna in cui un’inesorabile linea verticale divideva i buoni dai cattivi.
Nella colonna dei “buoni” ci sono i carabinieri, i poliziotti, i padri e le madri di famiglia, i preti, le suore e i politici che promettono posti di lavoro; nella colonna dei “cattivi” ci sono invece gli stranieri immigrati, i rom, i giovani che scrivono sui muri, le prostitute e i mendicanti che rovinano il decoro del marciapiede sotto casa nostra e i cosiddetti malati di mente che potrebbero aggredirci da un momento all’altro e che, semplicemente perché esistono, mettono in crisi il nostro far finta di essere sani.
La violenza di cui è stata vittima la donna nella caserma di Roma è l’ultima di una serie di violenze che aveva già subito. Prima di essere vittima di una violenza sessuale, aveva già subito violenza fisica da parte di un uomo che la picchiava e per cui era fuggita dalla Lombardia ed era già vittima di una violenza di tipo economico, perché il giorno in cui ha subito l’abuso sessuale era stata scoperta mentre rubava due magliette in un supermercato, un reato evidentemente associato al fatto che era senza soldi né lavoro e con una bambina da mantenere.
La violenza si presenta sotto varie vesti: fisica, economica, sessuale, razziale, religiosa, politica, ecc. e ogni volta che si esprime contribuisce a dividere gli uomini in oppressi e oppressori.
Se la donna non fosse stata vittima di violenza economica probabilmente non sarebbe stata indotta a rubare e quindi non sarebbe finita in quella maledetta caserma.
E ancora: se non fosse stata vittima di violenza fisica da parte del suo uomo non sarebbe stata costretta a fuggire e probabilmente non si sarebbe trovata in condizioni economiche così misere da rendere molto più probabile il reato di furto da lei commesso.
Quando impareremo a non nasconderci più dietro un elenco di buoni e di cattivi? E se fosse anche questo elenco un atto di violenza? Solo quando riconosceremo la radice violenta dei problemi che affliggono la società umana avverrà la vera rivoluzione che determinerà il passaggio dalla preistoria alla storia pienamente umana.
Diceva un nostro caro amico, Silo: “Neppure quanto di peggio c’è nel criminale mi è estraneo. E se lo riconosco nel paesaggio, lo riconosco anche in me. E’ per questo che voglio superare in me e in ogni essere umano ciò che lotta per sopprimere la vita”.
A che serve, come già stanno facendo e come già hanno fatto in passato, etichettare gli stupratori di turno come delle “mele marce”? Serve ancora una volta e soltanto a nascondere a se stessi e agli altri che la violenza, per esempio, è alla base della formazione in tutte le istituzioni deputate alla pubblica sicurezza. Quella stessa violenza che porta un poliziotto a picchiare ingiustificatamente un manifestante disarmato o che spinge un soldato a torturare un prigioniero. Non esiste una violenza più giustificata di un’altra.
Se non ci fosse la violenza alla base della formazione di carabinieri, poliziotti, soldati, ma soprattutto il rispetto dell’essere umano in quanto tale, il numero di queste cosiddette “mele marce” sarebbe molto minore, se non uguale a zero. Ciò che succede, invece, è che la violenza, che è dentro ognuno di noi, non viene riconosciuta e superata, ma viene sfruttata e alimentata per essere più efficaci.
Più efficaci in cosa? A mantenere l’ordine costituito? A picchiare meglio senza essere ripresi da qualche videocamera? A rendere più punitivo un carcere? Ad uccidere il nemico con una sola pallottola?
Da un albero di questo tipo le probabilità che si producano delle “mele marce” non possono che essere pericolosamente elevate. E siccome i problemi si risolvono soltanto quando si affrontano alla radice è evidente che anche nelle istituzioni che si ergono a difensori dei cittadini dovranno cambiare parecchie cose, senza illudersi di aver risolto il problema eliminando qualche mela guasta dal cesto.


Carlo Olivieri

martedì 1 marzo 2011

Morte di un altro militare italiano in Afghanistan: NON CI ABITUEREMO MAI


28 febbraio 2011


Non ci abitueremo mai.

Un altro militare italiano, il trentasettesimo, è morto in Afghanistan in seguito ad una vera e propria azione di guerra, in cui sono rimasti feriti gravemente altri quattro militari.

Non ci abitueremo mai.

Nonostante ad ogni uccisione di soldati, le istituzioni - dal presidente della Repubblica al capo del governo, dal ministero della Difesa a tutto il Parlamento che, meccanicamente, approva ormai da nove anni il rifinanziamento di quella missione in Afghanistan - tendano a far passare queste morti come un’inevitabile prezzo da pagare, noi non ci abitueremo mai.

A che cosa ci dovremmo abituare? Alla morte inutile di migliaia di afgani? Ai più di 2.300 militari morti in nove anni di missione Isaf in Afghanistan?

A che cosa dovremmo credere? Al fatto che questa è una missione di pace? Come fa ad essere “di pace” una missione in cui il numero di morti continua ad aumentare, visto che si è passati da 521 militari morti nel 2009 a 712 nel 2010?
Perché le operazioni di assistenza medica alla popolazione locale vengono svolte da militari armati di tutto punto che se ne vanno in giro su dei blindati? Sono veramente solo operazioni a carattere umanitario? Perché dovremmo credere ad occhi chiusi a queste versioni?

Non ci abitueremo mai, signor presidente della Repubblica, nonostante i suoi “sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei familiari del caduto”.
Non ci abitueremo mai e non vi crederemo mai, signor ministro della Difesa, quando si “inchina davanti alla memoria di questo ragazzo”.
Non ci abitueremo mai e tantomeno vi crederemo, signor presidente del Senato, quando esprime il suo profondo dolore per “un'altra vittima che cade immolandosi sull'altare della democrazia”.
Non ci abitueremo mai, signor presidente della Camera, nonostante il suo apprezzamento per “il coraggio, la professionalità e lo spirito di sacrificio con cui i nostri militari svolgono la loro opera in questo tormentato Paese”.
Non ci abitueremo mai, signore ministro degli Esteri, e soprattutto esprimiamo tutto il nostro ripudio quando dichiara che “il nostro dovere” sarebbe quello di “rispettare gli impegni internazionali che abbiamo preso con la Nato e con le Nazioni Unite”.

Noi non ci abitueremo mai a quel tipo di impegni che implicano il dolore, la sofferenza e la morte di altri esseri umani. Se questi sono i vostri impegni, nostro impegno sarà sempre quello di denunciare la vostra violenza e di lottare contro tutti coloro che, come voi, usano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Carlo Olivieri

lunedì 28 febbraio 2011

VISI PALLIDI


24 febbraio 2010

Un intero popolo si sta ribellando in nome della democrazia, con un costo, in termini di vite umane, altissimo. Eppure ciò che sta succedendo in Libia sta suscitando nella classe politica al potere in Italia solo apprensione, preoccupazione, allarme per un’ipotetica fuga dalla Libia di migliaia di migranti, che chiederebbero un asilo al nostro paese.
In Italia sembra proprio che l’enfasi del dibattito sia centrata sui problemi che potrebbe provocare quella che viene definita “un’invasione dalle dimensioni bibliche”, con effetti indubbiamente ansiogeni. Il tutto basato su quell’egoismo di fondo che alimenta le scelte discriminatorie di tutte le forze politiche che hanno governato negli ultimi 20 anni e che sono arrivate ad assumere i caratteri di un vero e proprio razzismo con l’attuale governo retto dal Pdl e dalla Lega Nord.

Non si è fatto minimamente cenno, invece, alla grande opportunità che stanno creando questi movimenti democratici che hanno attraversato tutta l’Africa settentrionale e che stanno cacciando uno ad uno tutti i vecchi despoti che sulla pelle dei rispettivi popoli hanno costruito immense fortune.
Una grande opportunità di superamento del vecchio ad opera del nuovo.

E l’Italia, invece di fare la figura di un popolo di “visi pallidi” impauriti dall’invasione dei “neri”, dovrebbe essere felice di essere uno dei paesi che si affaccia sul quel mar Mediterraneo la cui costa meridionale sta dando una grande lezione di democrazia a tutto il mondo, soprattutto a quel cosiddetto “primo mondo” che solo fino all’altro ieri ha contribuito a mantenere, per i propri interessi economici e finanziari, proprio quelle dittature che ora stanno saltando una dopo l’altra.

Altro che paura. Altro che invasione. Un paese come l’Italia, al centro di quel mare, dovrebbe essere il primo ad attivarsi per accogliere, anziché respingere, tutti coloro che chiedono asilo. Non solo per gli ovvi aspetti umanitari, ma perché una vero paese democratico dovrebbe dare il segno che chi lotta per l’avvento della democrazia nel proprio paese non è solo, ma può contare su altri compagni di lotta pronti a dare il proprio contributo alla loro liberazione.
La democrazia, evidentemente, non è mai qualcosa di definitivamente acquisito, ma è qualcosa che va costruito ogni giorno.

Anche l’Italia ha avuto la sua lotta di liberazione e, molto probabilmente, questa lotta ancora non è finita. Ora ci sono altri popoli che sull’altra sponda dello stesso mare stanno lottando per la loro liberazione. Può un popolo veramente democratico preoccuparsi soltanto di non essere invaso?
Anche per questo la voce di chi ci governa non è la nostra voce. Solidarietà e atti concreti di sostegno alla lotta: di questo hanno bisogno in Libia, in Tunisia, in Egitto e negli altri paesi in rivolta. O si è in grado di fare questo, oppure anche la nostra democrazia è solo una farsa e ha bisogno di essere liberata.


Carlo Olivieri

venerdì 18 febbraio 2011

LA GUERRA, NEL FRATTEMPO


18 febbraio 2011

Mentre il popolo italiano continua ad essere distratto dalle vicende giudiziarie del capo di governo più inutile che la nostra storia ricordi, il Senato ha approvato, in un silenzio mediatico vergognoso, il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan.
Insomma, mentre tutta l’opinione pubblicata – non pubblica – ci sta ammorbando su tutte le ipotesi possibili e immaginabili su quanto tempo durerà ancora questo governo, come se solo da questo dipendesse il futuro del nostro paese, lo stesso governo decreta d’urgenza la proroga di una missione militare che ormai dura da nove anni e che, siccome è sostanzialmente una missione di “guerra”, non ha raggiunto nemmeno uno degli obiettivi di pace formalmente dichiarati.
Ancora una volta, purtroppo, l’opposizione non si è opposta, anzi, con la sola eccezione dell’Italia dei Valori, ha votato compatta a favore di questo ennesimo rifinanziamento.
Ancora una volta la menzogna ha preso il sopravvento: partiti politici come il Partito Democratico e l’Unione di Centro, che non perdono occasione per attaccare a parole l’attuale governo in nome della Costituzione, quando si tratta di far rispettare nei fatti la Costituzione si tirano indietro e votano per l’ennesima volta a favore della guerra, nonostante l’articolo 11 della stessa Carta.

Questa falsa opposizione accusa il governo di non occuparsi dei reali problemi del nostro paese. Da che pulpito viene questa predica se, nonostante la continua emorragia di posti di lavoro e i vergognosi tagli alla spesa pubblica, la stessa cosiddetta opposizione vota un rifinanziamento che costerà a tutti i cittadini 410 milioni di euro in soli 6 mesi? Mentre migliaia di giovani non riescono a trovare un lavoro degno di questo nome, lo Stato deve mantenere un contingente militare di 4.350 soldati. Mentre continuano a diminuire i fondi per l’istruzione e per la ricerca, lo Stato spende decine e decine di milioni di euro per armi di svariato genere, blindati, carri armati, caccia-bombardieri e elicotteri da combattimento.

Ancora non è stata fatta piena chiarezza sulla necessità di superare la violenza come metodo di risoluzione dei conflitti. Mancano fatti concreti. In questo momento di non sufficiente chiarezza è necessario che chi dichiara di ripudiare la violenza, rifiuti qualsiasi fazione che ha le mani insanguinate, che proclami ideali più alti della vita stessa e che si muova in nome di una causa che genera sofferenza.


Carlo Olivieri
movimento umanista

venerdì 23 aprile 2010

ORA E SEMPRE LIBERAZIONE!

Ogni volta pensiamo di aver toccato il fondo e invece ogni volta dobbiamo ricrederci.
Gli attacchi alla democrazia in questo paese si moltiplicano.
Continua l’attacco al principio dell’uguaglianza di diritti per tutti gli esseri umani e in particolare nei confronti degli immigrati, contro i quali la destra e soprattutto i leghisti continuano a sferrare colpi su colpi, nella speranza di mantenere vivo il consenso sulla scia di un’intolleranza che si nutre non solo di razzismo ma anche, se non soprattutto, di insofferenza popolare verso una situazione economica che il governo non è in grado di affrontare, con l’inevitabile prezzo in termini di disoccupazione e povertà.
Continua l’attacco feroce nei confronti della libera informazione con false accuse sia nei confronti di chi denuncia lo strapotere della criminalità organizzata sia nei confronti di chi vuole semplicemente informare sull’esistenza di trame affaristiche sulla pelle dei cittadini e che vorrebbero rimanere occulte.
Continua l’attacco nei confronti dei diritti acquisiti dai lavoratori, tentando in ogni modo di ritornare ai tempi precedenti lo statuto dei lavoratori, in cui coloro che una volta si chiamavano giustamente padroni potevano dettare legge sui termini del contratto di lavoro e potevano licenziare come e quando volevano.
Continua l’attacco ai beni pubblici, provando a privatizzare tutto ciò che possibile privatizzare, in modo esplicito, come nel caso dell’acqua, o in modo indiretto, rendendo sempre più poveri e quindi inefficienti servizi pubblici come la sanità e la scuola.
Continua, infine, l’attacco ai valori fondanti della repubblica, mettendo in discussione il valore della stessa Resistenza al nazi-fascismo attraverso la denigrazione della lotta partigiana per la liberazione.

Oggi più che mai, quindi, la Festa della Liberazione è qualcosa di vivo e rappresenta, dopo 65 anni, un processo ancora in corso. Nonostante 65 anni fa ci siamo liberati dell’occupazione nazista e della dittatura fascista, ci sono ancora molte conquiste da realizzare.
Dobbiamo ancora liberarci dalla violenza di un sistema economico che ha permesso a pochi di racimolare ricchezze immense mentre ci sono milioni di cittadini, italiani e non, che vivono nella povertà.
Dobbiamo ancora liberarci dalla violenza di un sistema che discrimina gli stranieri, le donne e ogni essere umano che destabilizza, semplicemente perché esiste, lo status quo.
Dobbiamo ancora liberarci dalla violenza degli integralismi religiosi che pretendono di dettare legge nelle vite delle singole persone, dimenticando che il sentimento religioso è tale solo se è il frutto di una libera scelta.
Dobbiamo liberarci dalla violenza della centralità del denaro come valore, che ha ridotto l’essere umano ad essere considerato solo per il lavoro che fornisce e per la merce che produce, diventando egli stesso una merce, una cosa.

Per cui, ora e sempre, Liberazione! Perché parlare solo di Libertà significa parlare di qualcosa di quieto, di statico. Parlare di Liberazione significa invece parlare di movimento, di processo, di una vibrazione che non finirà mai. La vibrazione degli esseri umani che si ribellano all’apparente destino.

Roma, 23 aprile 2010

Carlo Olivieri
umanista

giovedì 14 gennaio 2010

NON SOLO A ROSARNO: quanta polvere sotto il tappeto


Per giorni e giorni ci hanno fatto guardare il caso dello sfruttamento degli immigrati di Rosarno come se fosse un caso isolato, un misfatto che poteva accadere solo in quel Sud "incivile" e infestati di mafiosi.
Ma quanta polvere è nascosta sotto il tappeto del nostro paese!

La Cgil di Padova denuncia che anche nel "civile" e "pulito" Nord ci sono «Immigrati sfruttati e sottopagati che lavorano 12 -14 ore al giorno per pochi euro, senza contratto o con contratti che non vengono rispettati. Una realtà, questa, che non è solo di Rosarno: è diffusa in modo regolare su tutto il territorio nazionale». «Anche chi ha un contratto, in realtà viene pagato 3-4 euro l’ora. Molti vengono picchiati, altri hanno preferito tornarsene a casa».

Non fa eccezione il nord est, l’area più ricca del nostro paese. Solo in Veneto, di stranieri, comunitari e non, ce ne sono 36 mila, occupati a tempo determinato. Si tratta di quelli «regolari», quindi della punta dell’iceberg. La nazionalità più rappresentata è quella romena.

Spiega Alessandra Stivali, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil di Padova, che «le condizioni degli immigrati in agricoltura, soprattutto nelle coltivazioni più diffuse, quelle di patate e radicchio, sono drammatiche e purtroppo sconosciute. Spesso si tratta di lavoratori in nero, con salari da fame. Seguiamo ancora il caso di un ragazzo marocchino che era stato assunto in un’azienda agricola: era obbligato a lavorare dodici ore al giorno, veniva pagato 4 euro all’ora e viveva nella stalla. Maltrattato e picchiato. Lui ha avuto coraggio: ha denunciato il datore di lavoro».

Ma anche per gli oltre 2500 regolari, la situazione non è facile. In molti casi non vengono retribuiti secondo contratto, non percepiscono più di 3 o 4 euro all’ora, dovendo impegnarsi tutta la giornata. Hanno paura di ribellarsi, paura di perdere il permesso di soggiorno. Qualche tempo fa una ragazza romena, assunta in un’azienda agricola padovana, è scappata. Stava nell’acqua 13 ore al giorno a coltivare radicchio. Le mani corrose, una condizione disumana.

E allora, ministro Maroni: anche se lei avesse ragione e, come lei ha detto, la responsabilità di questa situazione non è del governo centrale ma delle amministrazioni locali, che ci dice delle amministrazioni locali governate dal suo partito? Quelle non contano?
Quanta polvere ha spazzato sotto il tappeto del vostro tanto amato Nord?

Carlo Olivieri
umanista

sabato 9 gennaio 2010

TETTO AL 30% DEGLI ALUNNI STRANIERI: UNA NOTA DA RIMANDARE AL MITTENTE


Ormai propugnare la discriminazione è diventato un modo per fare propaganda elettorale. Lo si capisce anche dall’ultima nota arrivata in tutte le scuole d’Italia dal ministero dell’istruzione, in cui si indica il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi per il prossimo anno scolastico. A poco più di due mesi dalle elezioni regionali anche la ministra Gelmini vuol dare il suo contributo alla campagna elettorale del centrodestra. Lo si capisce dal fatto che la grande maggioranza degli oltre 629mila alunni con cittadinanza non italiana si trova nelle regioni del Nord, dove più forte si sente il vento razzista della Lega Nord. E se vince la Lega Nord, vince tutto il centrodestra.

Eppure una ricerca effettuata proprio dal ministero dell’istruzione nel 2005 dimostra che l'aumento della percentuale degli studenti stranieri in classe non incide sul tasso di promozione. Anzi la presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane migliora anche i risultati degli alunni italiani. La percentuale di alunni italiani promossi a fine anno è maggiore nelle scuole elementari e medie con almeno un alunno straniero rispetto alle scuole dove non ci sono alunni di altre nazionalità.
Di cosa parla quindi, la ministra Gelmini, quando afferma che questo provvedimento vuole affrontare “un problema soprattutto didattico”? Che cosa intende quando dice che questo provvedimento intende “favorire l’integrazione” evitando “la formazione di classi ghetto con soli alunni stranieri”?

Ancora una volta questo governo, tramite uno dei suoi rappresentanti, parla senza sapere di cosa sta parlando. Parla prescindendo dalla realtà, al solo scopo di fare propaganda a se stesso.
A cosa sono serviti anni e anni di duro lavoro da parte degli insegnanti e di tutti gli operatori scolastici e sociali per favorire la convivenza tra bambini e giovani di nazionalità e culture diverse?
A nulla, secondo questo governo. A molto, invece, secondo i dati, visti i risultati anche in termini di profitto scolastico sia degli alunni stranieri che di quelli italiani.

Anche in questo caso, come in tutti gli altri casi, la discriminazione non ha ragione di esistere.
Sarebbe veramente interessante, quindi, se la nota proveniente dal ministero dell’istruzione fosse rimandata, da più scuole possibili, al mittente. Non fosse altro che per il rispetto del lavoro di tutti gli insegnanti e operatori che si dedicano all’educazione dei giovani.
E per dire ancora una volta: noi non siamo razzisti!

Carlo Olivieri
umanista

APPELLO AI FRATELLI IMMIGRATI DI ROSARNO


Cari fratelli,
la situazione a Rosarno è fin troppo chiara.
Una parte dei cittadini di nazionalità italiana di Rosarno è in preda ad un furore di violenza contro di voi. Qualcuno dice che sia razzismo, altri dicono che dietro ci sia la criminalità organizzata. Il risultato non cambia. Oggi voi siete vittime di violenza.
Non solo siete vittime della violenza che vi ha spinto a lasciare il vostro paese. Non solo siete vittime della violenza di uno sfruttamento schiavista del vostro lavoro. Ora siete anche vittime di un odio assurdo che vuole colpire indiscriminatamente tutti coloro che non hanno il colore bianco della pelle.
Nonostante ciò, pur comprendendo le ragioni del sentimento di rabbia che ora alberga nel vostro cuore e nella vostra mente, voglio fare appello proprio al vostro cuore e alla vostra mente.
Rispondere alla violenza con la violenza non risolve assolutamente nulla.
Una parte consistente dei cittadini di Rosarno, così come una parte consistente dei cittadini italiani non condivide la violenza di cui voi oggi siete vittime.
Purtroppo la violenza sembra avere la voce più grossa, non solo quella di quegli sciagurati che vi hanno sparato addosso, ma anche la violenza di quei ministri e di quei politici italiani che continuano a soffiare sul fuoco dell'intolleranza e della xenofobia.
Ma avere la voce più grossa non vuol dire essere più forti.
La violenza non sconfiggerà mai se stessa. Solo la nonviolenza può sconfiggerla.
Quindi la vera nonviolenza non vuol dire non reagire. Anzi, la nonviolenza rappresenta l'unico modo per reagire alla violenza in modo efficace.
Quindi, fratelli immigrati di Rosarno, mobilitatevi, organizzatevi, difendetevi con più forza di quanto avete fatto finora. Ma per farlo dovrete usare la metodologia della nonviolenza attiva, altrimenti, dopo la violenza verrà la debolezza, fallirete e domani sarete più sfruttati e violentati di ieri.
Non è facile, lo so. Ma voi, molto più di me, sapete cosa vuol dire vivere e superare le difficoltà. Voi, molto più di me, sapete cosa vuol dire non lasciarsi vincere dalle difficoltà e accettare lo "sforzo" per superarle.
Ecco ciò a cui voglio fare appello: non alla reazione violenta che non ha bisogno di alcuno sforzo per esprimersi, ma alla capacità del vostro cuore e della vostra mente di accettare lo "sforzo" di agire mediante la nonviolenza attiva. L'unica in grado di vincere veramente.

Carlo Olivieri
umanista